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Martedì, 25 Giugno 2024
Attualità / San Quirino

La guerra, l'occupazione nazista, il boom economico: i cent'anni di storia del Panificio Facca

San Quirino è cresciuto insieme alla famiglia Facca che dal 1924 ha gestito una delle aziende più rinomate del paese.

Compiere cent’anni non è facile. Ma come insegna il Panificio Facca di via San Rocco a San Quirino se dietro a ogni lavoro c’è la passione non ci sono ostacoli che tengano. A raccontarci questo viaggio è Stefano, titolare dell’azienda insieme alla sorella Patrizia. La panificazione è un processo che San Quirino conosce dal 1924. “Sono cresciuto con la nonna, che era già vedova quando sono nato io. I miei genitori erano pieni di lavoro completamente presi dall'evoluzione del panificio. Così era lei a stare dietro ai nipotini e a raccontarci delle storie che ancora oggi ricordo alla perfezione”.

I bambini all'interno del panificio-2

Le difficoltà prima della guerra

Stefano ha avuto la fortuna di conoscere tante cose della sua famiglia. Gli piaceva ascoltare, e ha saputo praticamente tutto della crescita del panificio, comprese le difficoltà iniziali subite prima e durante la guerra. Giuseppe Facca,  del 1898, è venuto in paese nel 1922 da Chions insieme alla moglie Maria per aiutare un lontano parente nella panificazione fino a che non si è ammalato. A quel punto  è stato lui ad avviare l’attività in via Trieste, con tanto di laboratorio personale. “In quel periodo tempo il pane non era così facile da acquistare. A San Quirino si mangiava polenta, c'era tanta povertà. Di conseguenza le vendite non andavano molto bene rendendo difficile la gestione di un'attività del genere. Stava addirittura per lasciare tutto. Ma avendo la famiglia (formata da Italo, Liliana, Rosetta, Edda, Bianca, e il padre di Stefano, Piergiorgio), e la moglie Assunta che gli davano una mano ha deciso di proseguire”.

StefanoPatrizia

L’occupazione nazista

A complicare ancora la situazione ci ha pensato la seconda guerra mondiale. La crisi, i conflitti. E come se non bastasse, l'occupazione dei tedeschi. “Tre soldati nazisti hanno vissuto in casa nostra - dichiara Stefano - Probabilmente hanno scelto di abitare qui perché era l’unica in stile liberty con i mattoni rossi e il balconcino esterno. Una casa che dava l’idea di essere una villa elegante rispetto a quelle in pietra che c’erano a San Quirino. Immagina la paura, i problemi, con lo scontro tra partigiani e tedeschi a fare da sfondo in quelle giornate davvero buie. Non deve essere stato facile per mia nonna con tre figlie in casa”.

Stefano a quel punto ci svela alcuni aneddoti legati alla guerra. “Una volta hanno sentito partire un colpo di pistola e naturalmente mia nonna, che stava lavorando al laboratorio, ha pensato al peggio. Dava per scontato che fosse successo qualcosa, e invece ha scoperto che i soldati erano tornati da una serata in cui avevano bevuto. Da lì, probabilmente poco lucidi, hanno sparato verso il soffitto”. 

Per andare a prendere il lievito a Pordenone il nonno si serviva della bicicletta. “La patente non ce l'aveva. Ma aveva comunque l’esigenza di muoversi per andare a contrattare e acquistare la legna per il forno oppure andare a prendere il lievito. La famiglia era solita raccontarci quando veniva fermato dai tedeschi nei posti di blocco. Lo facevano ridendo considerando la situazione alquanto paradossale. Per farsi capire il nonno diceva “bäcker, bäcker” (panettiere) e loro, dopo essersi convinti, lo lasciavano passare”.

Il figlio Piergiorgio-2

Se c’è una cosa che la guerra ha insegnato è che di fronte alla brutalità della guerra c’è sempre il desiderio di aggrapparsi a qualcosa di positivo. Un altro aneddoto di Stefano riguarda proprio gli stessi soldati tedeschi che dopo un po’ di tempo si sono affezionati alla famiglia. “Anche in della situazione comunque complicata nell'essere umano c'è la volontà di trovare un contatto. Le zie raccontavano scherzando quando i soldati non riuscivano proprio a comunicare con loro. Le prime volte chiedevano “cult wasser mutti” a mia nonna. Lei, non capendo bene il significato (“cult” in tedesco significa freddo), consegnava invece l’esatto opposto: l'acqua calda”.

Il boom economico  

I figli sono cresciuti. Italo è rientrato dalla guerra. Negli anni 60 il panificio comincia finalmente a ingranare. “Hanno cominciato a fare consegne a domicilio con i furgoni portando il pane casa per casa. Allo stesso tempo vendevano latte, mangimi, granaglie per gli animali. Un buon servizio  alla comunità che ha portato ossigeno alle casse del panificio”.
Il locale è diventato all’epoca un luogo di aggregazione, di apertura, di ospitalità verso la comunità di San Quirino. “Quando c'era Lascia o raddoppia tutti si trovavano da noi a guardare la trasmissione.  Quando si finiva la lavorazione diventava anche punto d'incontro di mia nonna con alcune signore del vicinato che si mettevano mari a cucire o a fare a maglia”.

Assunta ed Edda-2

Il cambio di gestione

Il padre Giuseppe morì nel 1968. Nel ‘79, dopo che Italo ha deciso di aprire la famosa pizzeria Pratobello di San Quirino, il padre di Stefano, Piergiorgio, acquisisce il vecchio stabile dello zio ampliando l'attività del panificio con la pasticceria e altre tipologie di prodotti grazie al supporto dei figli Stefano e Patrizia e Fabrizio. “Mio fratello ha deciso di avviare la sua attività, che è l'attuale angolo della dolcezza qui a San Quirino. Quando mio papà è mancato nel 2010, a gestire il panificio siamo io e mia sorella”. 
La squadra si è allargata. Nel 2006 si è aggiunta la moglie Antonella. E insieme a loro si è creato un gruppo coeso grazie a collaboratori sempre pronti a dare una mano. “Il prodotto deve avere un'anima. Se c'è serenità, passione collaborazione, condivisione e capacità anche di ascolto delle esigenze di chi sta intorno all’azienda, alla fine i risultati arrivano”. 
 

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