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Sabato, 20 Aprile 2024

La missione di Franco, formatore di medici in Etiopia

Il cardiologo pordenonese si trova al St. Luke Catholic Hospital di Wolisso, struttura che da più di vent'anni collabora con l'associazione Medici per l'Africa Cuamm di Padova

Il St. Luke Catholic Hospital di Wolisso, con annessa scuola per la formazione di infermieri e ostetriche locali, opera da più di vent'anni, grazie al Cuamm, i Medici per l'Africa. Fino a poco tempo fa è stato l'unico presidio medico per un territorio vasto e popoloso collocato a circa 150km dalla capitale Ababa, come la chiamano tutti qui.

«Questo è un ospedale generale, ha 240 dipendenti e circa 140 posti letto. E' l'unico ospedale del Cuamm in Etiopia ma al confine del Sudan operiamo in due campi profughi, portiamo soccorso a gente che fugge da una guerra sanguinaria. Poi c'è la questione degli sfollati interni causati dagli scontri, anche recenti, che si sono consumati qui. Una miccia sempre accesa», ci spiega il dottor Franco Balsemin, cardiologo che da circa due anni ha fatto base a Wolisso, nella regione di Oromia. E' qui con la moglie, la dottoressa Maddalena Miccio. Entrambi avevano già avuto diverse esperienze di questo di tipo, tra cui quella in Sudan: «Si ammazzano tra loro da dieci anni», commenta amaramente il professore.

«Qui gestiamo molti incidenti automobilistici, come si sarà notato venendo qui. Le strade? Un formicaio», evidenzia serafico il cardiologo mentre mostra la struttura ospedaliera. «Ci sono due sale operatorie, in caso di necessità si possono effettuare due interventi contemporaneamente». Il fiore all'occhiello però è la terapia intensiva neonatale, dove ci sono otto incubatrici in cui i bambini con qualche problema o sotto peso vengono tenuti per alcuni giorni. «E c'è una equipe dedicata esclusivamente a questo». Sempre camminando tra i viali un po' malmessi dell'ospedale, in cui si incrociano un sacco di persone, il professore ci spiega di patologie diventate comuni che prima non c'erano, di altre invece praticamente sparite. 

Ospedale CUAMM Waliss, Etiopia (Ph. Ivan Grozny Compasso)

Da circa un anno, poco distante da qui, ha aperto un ospedale statale. «L'atteggiamento del Governo è quella di incoraggiare l'autosufficenze e sta cercando di spingere sugli ospedali etiopi come il General Hospital appena inaugurato. Con loro collaboriamo e probabilmente in futuro potremmo ridimensionare i numeri. Ci vorrà ancora parecchio tempo ma siamo su quella strada, sembrerebbe. Quello che vuole il Cuamm - sottolinea il prof Balsemin - è accompagnare i paesi africani verso un'altra sanità. Se noi non serviamo, Dio che sollievo, che bello». 

Nel frattempo bisogna guardare al presente, che mostra diverse cicatrici non solo sui pazienti ospiti qui ma anche sulle pareti dei padiglioni dell'ospedale. «Stiamo cercando, un pezzo alla volta, di creare nuovi padiglioni per abbattere i vecchi, ma ci vuole tempo. E soprattutto ci vogliono i soldi», si fa concreto il prof. Gli chiediamo se è sostenibile economicamente questo tipo di attività, intuendo già la risposta, chiaramente. «Assolutamente no, se non fosse per i soldi che ci manda il Cuamm qui avremmo già chiuso», fa notare sottolineandolo con una smorfia. «E' il problema di tutti gli ospedali africani, le organizzazioni li costruiscono ma poi gli ospedali non vengono mantenuti dagli africani. E piano piano cadono a pezzi. Qui speriamo che finisca in un modo diverso, magari grazie a qualche donazione dall'Italia».

Uscendo, accelerando il passo perché gli stiamo anche facendo perdere un po' di tempo, vista la mole di lavoro che è evidente solo guardandosi intorno, ci racconta che al mattino arrivano centinaia di persone in attesa di poter essere visitate. C'è chi cammina ore se non giorni, per raggiungere un ospedale. C'è chi lo fa anche solo per venire a trovare un famigliare ricoverato. «Se non formiamo medici e infermieri qui sarà sempre una emergenza. Non ci si rende conto che un infermiere cura più persone di un dottore, in un anno. Qui facciamo dieci mila visite ogni anno, come le fanno da noi i medici di base. Se non formassimo personale qualificato sarebbe un lavoro a metà, quello di portare soccorso, certo, ma così garantiamo una continuità. I giovani qui vogliono studiare, fanno di tutto per andare all'università e uscire da situazioni di miseria. Non c'è l'acqua corrente, spesso manca anche l'elettricità, mancano le scuole e i presidi sanitari. E' sempre dura la vita in Africa». 

Prof. Balsemin, Cuam - Wolisso (Ph. Ivan Grozny Compasso)

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