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La lettera

«Chi ha conosciuto la violenza del nazifascismo ha giurato di combattere per la pace»

Il discorso della vicepresidente dell'associazione nazionale ex deportati Patrizia Del Col in occasione della Giornata della Memoria

Riceviamo e pubblichiamo il discorso della vicepresidente dell'associazione nazionale ex deportati Patrizia Del Col in occasione della Giornata della Memoria.

Egregio Signor Sindaco, autorità civili e militari, 
cari cittadini e cittadine, carissime ragazze e ragazzi.
Per la prima volta dalla sua istituzione, celebriamo il Giorno della Memoria, senza un Presidente deportato dopo la scomparsa, quasi un anno fa, del nostro amato Eliseo Moro che per molti anni, dal 2008, ha guidato questa Associazione e che ha fatto della testimonianza della deportazione un impegno costante e quotidiano, per il quale gli saremo sempre riconoscenti.

Inviamo da qui un affettuoso abbraccio a Luciano Battiston, classe 1923, sopravvissuto a Mauthausen ed Ebensee, ultimo superstite dei molti deportati della Destra Tagliamento.

Vogliamo ringraziare gli studenti del Liceo Leopardi-Majorana, con le loro insegnanti, che da anni, lavora al progetto europeo delle pietre d’inciampo, che anche nella città di Pordenone costituiscono quel monumento diffuso che ci aiuta a ricordare che la storia è passata anche da qui, ha travolto persone, famiglie, luoghi, tutta la comunità. Grazie all’Amministrazione comunale per la concreta realizzazione del progetto e grazie a tutti i Sindaci dei Comuni del nostro territorio che hanno aderito ed aderiscono a questo importante progetto. Un progetto che come anche la passeggiata che faremo oggi pomeriggio ci aiuta a conoscere la deportazione del nostro territorio. Una deportazione essenzialmente “politica”, di cittadini impegnati nella Resistenza, o che non avevano aderito con convinzione al regime nazifascista. Di molti civili travolti dalle numerose azioni di rappresaglia e repressione.

La legge istitutiva del Giorno della Memoria, stabilisce come data della commemorazione il 27 Gennaio di ogni anno, a ricordo di quel 27 gennaio 1945 quando le truppe dell’armata rossa abbatterono i cancelli di Auschwitz, e al mondo intero si palesò l’orrore dei lager nazisti. Che continuarono comunque ad ingoiare l’umanità nei mesi successivi fino a quando gli eserciti anglo-americani da ovest, e l’armata rossa da est, liberarono tutti gli altri campi di concentramento, di lavoro e di sterminio sparsi sul territorio del Reich. L’ultimo fu Mauthausen, il 5 maggio 1945.

Oggi, per questa celebrazione, scorriamo immagini brutali, di forni crematori, di corpi emaciati, violati, di cadaveri accatastati con disprezzo, con spregio e i nostri sono sentimenti di orrore, di dolo re, di compassione. Ma questo non basta.

Siamo impegnati, vincolati, tenuti all’osservanza dei giuramenti che i deportati hanno pronunciato quando si sono aperti i cancelli dei campi, prima di tornare a casa, prima di tornare ai propri Paesi i superstiti si sono riuniti nel campo di Buchenwald, in quello di Mauthausen, a Ravensbruck e, senza avere nessun collegamento tra loro, senza essersi accordati, senza concordare una linea hanno pronunciato dei giuramenti che sono uno la fotocopia dell’altro. Hanno scritto parole forti, identiche, pressanti che rispondevano a quanto sgorgava dal cuore dopo l’esperienza dei campi.
Coloro che avevano conosciuto  la violenza del fascismo e del nazismo, l’orrore dei lager nazisti giuravano, giuravano di combattere il ritorno del fascismo e delle dittature, di combattere per la pace, per la solidarietà tra i popoli, per la giustizia sociale.

Sono giuramenti impegnativi e se noi guardiamo al mondo di oggi dobbiamo ammettere che non siamo stati all’altezza di quei giuramenti. Che non siamo stati in grado di impedire che nuove guerre scoppiassero, che nuove dittature di affermassero, che nuovamente donne e uomini fossero braccati, discriminati, uccisi.

“Ci sono guerre anche vicino a noi, ci sono guerre lontane, ce n'è una che ci fa sanguinare il cuore in modo particolare in questi giorni. Noi guardiamo con angoscia e con orrore a quanto avviene ogni giorno in Palestina: l'assalto di Hamas del 7 di ottobre è stata un attacco di guerra di inaudita ferocia è stato un vero pogrom moderno che ha colpito gli ebrei del Sud di Israele con violenza intollerabile. È stato un atto di guerra di chi voleva impedire qualunque dialogo, qualunque negoziato, qualunque pace fra Israele e i suoi vicini arabi. Ma c’è stato in Israele chi ha raccolto quella sfida per cogliere l’occasione di farla finita una volta per tutte con i diritti del popolo palestinese. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato che finché ci sarà lui non potrà esistere uno stato palestinese. Noi crediamo, come dicono le risoluzioni dell’ONU, che in quell'area si confrontino due ragioni, non due torti, ci sono diritti legittimi di due popoli a cui bisogna finalmente dare risposta. Ci sanguina il cuore tutti i giorni a pensare che tanti civili nella striscia di Gaza, tanti bambini, perdono la vita vengono uccisi quotidianamente in una guerra che deve finire al più presto.
Noi siamo stati sensibili all'appello di Papa Francesco che c'era una guerra mondiale in corso anche se combattuta a pezzetti: tutti i popoli del mondo dovrebbero trovare al loro interno la forza di alzarsi e di combattere contro questa guerra per la pace. Essere per la pace non vuol dire essere delle anime belle e negare i conflitti: è un dovere che ci viene dall'esperienza delle guerre contemporanee nelle quali le vittime più numerose sono i civili. Non c'è alternativa alla soluzione di due stati per due popoli: verso questa prospettiva il nostro paese insieme agli altri della UE deve battersi. Però se questa è la prospettiva a lungo termine dobbiamo tutti chiedere il cessate il fuoco immediato e imporre l’avvio del negoziato: che parta un negoziato vero, franco, onesto tra le parti con l'obiettivo di arrivare a quella soluzione, l’unica che può garantire la pace. È quando c'è la guerra che deve partire il negoziato di pace. C'è bisogno della comunità internazionale che sappia imporre e garantire questo negoziato perché certamente hanno ragione quelli che chiedono in Israele garanzie di pace di serenità di vicinanza con vicini altrettanto pacifici e garantiti non c'è pace possibile in un conflitto che si trascina in modo indefinito.”
Ci conforta che l’UE e il nostro Ministro degli Esteri, in Israele in questi giorno, siano impegnati nella promozione della soluzione di due Stati per due Popoli. 
A queste autorità è necessario che si affianchino i popoli di tutto il mondo, che i cittadini si alzino per chiedere la pace,
Ed è qui che tutti dobbiamo fare lo sforzo per dare realizzazione al giuramento che le sopravvissute ed i sopravvissuti a Mauthausen, a Buchenwald, a Ravensbruck e a tutti i campi di sterminio e concentramento ci hanno consegnato, impegnandoci a diffondere ed affermare i valori della solidarietà, della democrazia, della pace, della libertà.
Grazie 
 

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