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Giovedì, 7 Dicembre 2023
La storia

Marco Monti, da Pordenone al successo a New York: «È stata l'America a venirmi a cercare»

L'intervista al fotografo e insegnante che ha aperto il suo studio di post produzione nel 2020. «Grazie a questa scelta ho partecipato in due occasioni al Met Gala collaborando con Greg Williams»

Marco Monti insegna post produzione fotografica a New York. Da quindici anni si trova negli Stati Uniti dove ha fondato il suo studio personale collaborando con artisti ben conosciuti nel settore. Nato a Pordenone, ha studiato al Don Bosco per poi trasferirsi a Roma dove ha frequentato il corso di cinema all'Università La Sapienza.  

Perché la scelta di emigrare negli Stati Uniti? 

«È nato tutto in modo casuale. Ero ancora nella capitale e un mio amico fotografo che era appena tornato da New York mi ha consigliato di fare un salto». 

Cosa hai trovato di particolare a New York? 

«Tante possibilità, persone molto generose e meritocratiche, e devo dire ultimamente anche l'amore. Si vive molto bene, è una città che dà tanto ma che chiede anche tanto sacrificio. Ho trovato casa a Brooklyn e ormai da tempo insegno al Fashion Institute of Technology su 27° strada e 7° Avenue». 

monti

Non deve essere stato facile prendere la green card

«È un procedimento abbastanza lungo e complicato, soprattutto se sei un creativo o un artista. La prima volta sono arrivato con un visto turistico e poi una volta innamoratomi della città ho fatto in tutti i modi per riuscire a ricevere il visto d'artista. Ho iniziato a fare un sacco di esposizioni fotografiche in Italia, ma la vera fortuna è stata aver collaborato per il ministero dei beni culturali a Roma così come è stato determinante insegnare all'università. Mi ha aiutato tantissimo lavorare per grossi marchi di moda e per altri fotografi importanti americani, e dopo una serie di collaborazioni sono riuscito a prendere la green card come persona "d'abilità straordinaria" per lavorare in America». 

Quindici anni non sono pochi. Come sei stato accolto negli Stati Uniti?

«Devo essere sincero. È stata l'America a cercarmi. Il primo studio per cui ho lavorato mi ha trovato incredibilmente su LinkedIn. Hanno visto il mio portfolio da fotografo e mi hanno fatto fare un test. Un fatto incredibile venendo poi da Roma dove all'epoca (era il 2009) era molto difficile trovare il lavoro. In America invece si sono proposti di insegnarmi il mestiere per tre mesi fino a poi di diventare capo del dipartimento per questo grosso studio in New York. Nel 2020 ho aperto finalmente il mio studio di post produzione, e grazie ad esso abbiamo fatto già due Met Gala che è un evento di moda di New York molto seguito». 

Come si arriva a collaborare a un evento di quel calibro?

«Con il passaparola. Se lavori bene può capitare di essere chiamati da un fotografo di spicco negli Stati Uniti. Il primo Met Gala l'ho fatto con Greg Williams, famoso per i ritratti delle celebrities. Ha scattato le foto durante l'ultimo film di James Bond e collabora con Laika da una vita. Si è trovato molto bene con noi e ci ha chiesto quasi cinque mesi prima di essere liberi per quella notte incredibile che è il Met Gala. Lì si entra lì all'una del pomeriggio e si esce alle quattro del mattino, perché chiaramente tutto deve essere stampato o postato in tutti i giornali del mondo. Devo dire che abbiamo fatto un bel lavoro e ci siamo subito prenotati anche per il prossimo anno». 

Nell'epoca dell'intelligienza artificiale c'è ancora bisogno di fotografi?

«C'è ancora molta richiesta perché comunque la fotografia è ancora molto importante e sebbene l'intelligenza artificiale stia crescendo sempre sempre di più, è stato provato che l'essere umano ha bisogno di credere che la persona esista davvero. Quindi sì, ci sarà sempre bisogno di fotografi».

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe partire per l'America?

«Deve assolutamente provarci. Molti magari hanno paura del viaggio, di essere soli, ma io mi sono trovato benissimo. È un percorso che può essere difficile, ma se c'è una cosa che l'America ha ancora è proprio il fatto che è meritocratica. Non mi hanno mai chiesto se ero figlio di qualcuno o se ero legato a qualcuno, perché ciò che davvero conta per loro è l'impegno di ogni giorno». 

Credits: Greg Williams, editing M+M

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