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Martedì, 23 Aprile 2024
un viaggio emozionante

Tra malattia e rinascita, la storia di Renato diventa un libro

Dopo un trapianto di midollo osseo il 22enne ha iniziato a scrivere "Le farfalle vivono un giorno solo"

Le farfalle vivono un giorno solo. Renato Perrone, 22 anni, è sempre stato incuriosito dal loro funzionamento, dalla loro vita segnata da un timer. 
Scarpe costose o l'ultimo telefono uscito sul mercato per molti ragazzi sono una questione molto importante. Per Renato è importante avere le piastrine sopra le 20.000. Avere dei buoni valori del sangue viene molto prima del divertimento. 
Le farfalle vivono un giorno solo è anche il titolo del libro che Renato ha scritto, e che si apre proprio su questo concetto, perché è difficile capire come funziona questo meccanismo vitale. Le farfalle, fanno cose incredibili nonostante il loro tempo sia limitato, è sorprendente la loro tenacia ed è difficile da capire come possa funzionare una cosa del genere. 

C'è un altro attore in questa storia, nel dualismo tra Renato e la farfalla. La leucemia. Renato ha iniziato a scriverla durante un ricovero di 18 mesi al Bambin Gesù di Roma. «Ero in galera senza aver commesso alcun reato - racconta - e nel 2022 ho iniziato a scrivere nel periodo dopo il trapianto di midollo osseo. In una situazione di semi-coma in cui muovevo gli occhi e la mano per riprendere mobilità nella scrittura ho iniziato a buttare giù i periodi della mia vita che ricordavo». 

«Racconto la mia avventura da ragazzo "normale", con lo sport, la scuola e gli amici, in un continuo scambio tra il mio personaggio e la farfalla. Quando da bruco arriva il momento di sfarfallare, vengo privato di questa possibilità». Da qui parte una serie di riflessioni profonde, che hanno fatto maturare velocemente Renato. 
«Per un ragazzo “normale” certe cose non esistono: i miei amici scrivevano il giorno prima di una verifica "voglio morire", io intanto chiuso in ospedale aspettavo che un valore del sangue calasse perché altrimenti veramente sarei morto». 

Aiutare e aiutare a comprendere

Alla luce del suo vissuto e di tutto quello che aveva scritto nei mesi di ricovero, Renato ha pensato che il libro poteva essere utile a chi vive le stesse esperienze. E funziona, per lui e per gli altri. 
«Non ho mai voluto parlare della malattia con gli amici - spiega - ho sempre voluto nascondere di stare male, di essere debole. Dopo aver pubblicato il libro però ho avuto un grande riscontro, mi hanno scritto in tanti dicendo che gli aveva fatto bene. I genitori hanno capito cose dei figli, i ragazzi hanno capito che non sono soli. Anche chi era lontanissimo da questo mondo ha capito qualcosa in più sulla vita». 
Ed è importante anche capire che a volte bisogna combattere. «Penso ai ragazzi che per iniziare la nuova giornata si lamentano dicendo "che palle devo andare a scuola domani”, mentre alcuni ragazzi al domani ci devono arrivare». 

«Io non sono la mia malattia»

Un forte livello di consapevolezza in Renato è arrivato anche dall'analisi del rapporto con la malattia. «Non sono Renato il leucemico, sono Renato e ho una malattia che mi è capitata. Io non sono la malattia, da questo concetto ho imparato ad aprirmi. Ora mi vedo con gli amici anche se sono in carrozzina».

Anna e Renato-2

L'amore con Anna

Nella vita di Renato gioca una parte importante l'amore con la fidanzata Anna, a cui è dedicata anche una parte del libro, e racconta l'inizio della loro storia.
«Dopo il mio ultimo giorno di scuola dovevamo andare al cinema, avevo i primi dolori e non riuscivo a stare fuori. Anna invece di andare al cinema con gli amici si è fermata sulle scale con me e ha aspettato che i miei genitori venissero a prendermi. Ho portato questo ricordo nel cuore fino a quando sono uscito dall’ospedale e poi ci siamo fidanzati. Era un momento di gentilezza che non ho dimenticato, e quando si è in sofferenza fa molto bene».
Come spiega Reanto, anche per Anna «la priorità non è l'effimero».
E questo amore prosegue oltre le distanze e i ricoveri. «È entrata molto nel mio mondo, mi aiuta, capisce e anche grazie a lei sono maturato molto. All’inizio le nascondevo tutto: quando ero stanco evitavo di dirlo, addirittura prendevo le medicine di nascosto. Adesso me le dà lei».

«Odio gli psicologi ma voglio diventare uno di loro»

Renato è iscritto al primo anno alla facoltà di Psicologia, ha appena superato con 30 e lode il primo esame, in biologia applicata. Gli obiettivi sono tre: la laurea, finire le cure, e proseguire la fisioterapia fino a quando non sarà in grado di camminare di nuovo. 
La scelta degli studi ha un motivo preciso: «Ho sempre odiato gli psicologi durante il mio percorso di cura - racconta. Su di me non suscitano simpatia ma ho notato come riescono a migliorare l'umore, la giornata e la settimana alla gente, sia ai genitori che ai bambini. Mi piacerebbe fare lo psicologo in reparto, sollevare il morale, alleviare i pensieri. Funziona molto parlare, buttare fuori i pensieri. E avendo lo stesso vissuto di chi è ricoverato penso di poter essere molto più vicino a loro»

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