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Giovedì, 22 Febbraio 2024
La sentenza

Figlia sottoposta a infibulazione in Africa: condannati i genitori

Il padre ha sempre sostenuto di non essere stato informato della pratica compiuta nel loro paese di origine dalla nonna. Dichiarazione che non ha convinto il giudice che ha sostenuto che la famiglia avrebbe dovuto tutelare la figlia.

Si è concluso ieri, al Tribunale di Pordenone, il processo a carico dei genitori accusati di aver compiuto la pratica dell'infibulazione alla figlia di tre anni. La legge in questione (l’articolo 583 bis), punisce chi, «in assenza di esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili». I genitori, riporta il Gazzettino, sono stati condannati a due anni di reclusione per il reato di lesioni aggravate.

L'udienza si è svolta con rito abbreviato davanti ai giudici Alberto Rossi, Piera Binotto e Francesca Ballore. Dopo aver raccolto tutte le testimonianze, si è cercato di ricostruire le dinamiche dei fatti che sono successi nell'estate de 2019 quando la bambina aveva solo tre anni. La mutilazione genitale è avvenuta durante il viaggio verso l'Africa, il loro paese d'origine. Una volta tornati in Italia, la figlia si è sentita male a tal punto da chiedere l'intervento dei sanitari. I medici, nel corso della visita compiuta all'ospedale di San Vito al Tagliamento, hanno riscontato la presenza di segni riconducibili a quella pratica, segnalando tutto alle autorità. 

Nel corso del processo non si è riusciti a determinare i responsabili del gesto viste le versioni contrastanti che sono emerse al Tribunale di Pordenone. Non sono mancati gli ostacoli dato che l'episodio si è verificato all'estero, quindi lontana dalla giurisdizione italiana. Ma con l'autorizzazione da parte del Ministro della Giustizia dell'epoca, Marta Cartabia, si è riusciti a passare al dibattimento vero e proprio. Allo stesso tempo era stata prima richiesta l'archiviazione del caso dei genitori, e in seguito l'assoluzione su richiesta del pm. Questo perché non si era riusciti a trovare prove sufficienti per sostenere che i genitori sapessero della pratica compiuta dalla nonna. Il padre, inoltre, aveva sempre dichiarato di non essere stato informato dell'infibulazione. 

Non dello stesso avviso sono stati il gip, che ha ordinato l’imputazione coatta, e il giudice che ha emesso la sentenza che ha sostenuto che la famiglia avrebbe dovuto tutelare la figlia visto che il fatto era già capitato alla madre. 

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