Domenica, 21 Luglio 2024
Il lutto

Addio al Signore della grappa, è mancato Benito Nonino

Classe 1934, assieme alla moglie Giannola ha fatto sedere il suo prodotto alla tavola dei grandi. Nel mese di aprile la Cittadinanza Onoraria di San Giorgio della Richinvelda

È mancato all'età di 90 anni Benito Nonino, un'istituzione non solo del mondo in cui è diventato un riferimento per tutti, quello della grappa. Di recente ha ricevuto la Cittadinanza onoraria di San Giorgio della Richinvelda in un evento che si tenuto nel mese di aprile alla presenza delle istituzioni del territorio. Il Sindaco Michele Leon ha deciso di conferigli l'attestato per «il lavoro di valorizzazione dei prodotti e dei distillati del Friuli e perché con l’istituzione del loro premio Premio Nonino Risit d'Âur (barbatella d'oro) sono stati determinanti per salvare i vitigni autoctoni, diventando ambasciatori della storia della nostra comunità, in particolare della frazione di Rauscedo, capitale della barbatella di vite, nel mondo».

Assieme alla moglie Giannola ha fatto in modo che un prodotto un tempo considerato di basso livello acquisisse nobiltà e considerazione. Grazie a lui e all'impegno della sua famiglia la distilleria Nonino è arrivata sul tetto del mondo. Per capire bene chi fosse non c'è nulla meglio del suo profilo, tracciato anni fa dalla giornalista di Repubblica Natalia Aspesi.

"Figlio di Toni, a sua volta figlio di Vigi, figlio di Orazio fabbricante di “sgnapa”. Nel 1897 il mitico antenato Orazio si spostò da Merlana ai Ronchi, con moglie, figli e l’immancabile cane, per le strade gelate e miserande di un Friuli postaustriaco, dove c’erano ancora i nobili latifondisti e i contadini per non morire di fame se ne andavano in Argentina o se restavano, dovevano ingegnarsi a sopravvivere: magari fabbricando grappa artigianale con la vinaccia, lo scarto dell’uva dopo la pigiatura, che era tutto ciò che i padroni lasciavano regalmente ai contadini. La storia dei Nonino è simile a tante altre storie del meraviglioso Friuli, partito dalla sottomissione e dalla povertà e diventato opulento, con i vini, le grappe. L’Orazio era capo opera, molto meno di fattore, dei conti Kettler di origine ungherese, e da uno si prese un calcio nel sedere per aver ucciso i cani del padrone che morivano di fame durante una delle tante carestie di guerra. Quando poteva girava come uno spazzacamino col carrettino tirato dall’asino, la sua azienda mobile, di casa in casa, per fare le grappe ai contadini, e ricavarne la “mondura”, il pagamento fatto con una parte del prodotto ottenuto. Il Vigi Livon, il figlio che aveva continuato la cosiddetta “azienda”, divenne una celebrità locale per aver salvato durante la guerra 15-18 mucche dalle razzie del nemico fornendoli della sua sgnapa. Il figlio di Vigi che non era emigrato in Argentina, Toni, si infiammò per Mussolini e gli andò molto male, ma per fortuna c’era l’indomabile moglie Silvia, che tirò avanti alambicchi e serpentine trattando tutti con pugno di ferro come sanno fare le donne del Friuli, quindi anche Gianola, moglie di Benito, che si era preso quel nome per la passione mussoliniana del padre".

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