Domenica, 21 Luglio 2024
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Senza un tetto, un lavoro, e in attesa del permesso di soggiorno: il racconto degli invisibili a Pordenone

Sono trenta i richiedenti asilo in cerca di un posto dove stare. Gran parte arriva dal Nepal, ma ci sono comunità dal Pakistan, India, Bangladesh e Afghanistan

Si percepisce paura, stanchezza, rassegnazione nei loro occhi. Una ragazza, in fondo al gruppo, decide ad un certo punto di non avvicinarsi. Per timore di non essere riconosciuta, di non comparire, di esprimersi e raccontare la sua storia. Oltre trenta richiedenti asilo hanno invece deciso di mostrare il loro volto al parco Galvani visto che da tempo sono costretti a vivere per strada e a nascondersi.

Sono spesso definiti 'invisibii' i senza tetto in giro per l'Italia. Ma la loro presenza ieri al parco Galvani dimostra l'esatto contrario. Esistono, hanno un nome, dei diritti e delle ambizioni come tutti gli altri. Sono in cerca di un lavoro, una casa. Ma nel frattempo vivono sospesi in un limbo in attesa di avere i documenti. 

Arrivano da ogni parte del mondo. Dal Pakistan, Afghanistan, India e Bangladesh. Persino dal Nepal, una novità pensando agli ultimi fenomeni migratori degli ultimi tempi. Si tratta di uno dei paesi più poveri dell’Asia Meridionale. Una regione che negli anni è stata colpita da una crisi economica e da una guerra civile fino al 2006.  

Hanno attraversato la rotta balcanica passando il Qatar e la Croazia fino a raggiungere l'Italia. La maggior parte di loro attende l'esito della richiesta di asilo. Un passaggio fondamentale per rimanere qui oppure per andare in altri paesi come Germania per ricongiungersi con un i propri familiari. 

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Da qui sorgono i primi problemi. Per ottenere un documento, ci racconta un ragazzo, ci vuole in media un anno. C'è chi passa la notte vicino alla questura per poi mettersi in lista tutte le mattine per ottenere il permesso di soggiorno. E c'è chi non smette di riprovarci tornando il giorno successivo dato che è l'unico modo per ottenere una casa e un lavoro.

Nel frattempo si trovano a dover condividere una condizione di precarietà ogni giorno, come affermano i responsabili di Rete Solidale Pordenone. Non avendo un punto di riferimento come può essere un rifugio per la notte, di giorno girano per la città in cerca di un riparo.  E non so mancate condizioni spiacevoli come ha raccontato una ragazza che è stata quasi derubata. Questo avviene soprattutto quando si vengono a creare le piccole comunità legate al proprio paese di origine. Una situazione che genera conflitto e che impedisce alle associazioni di poter trovare un modello d'integrazione che un tempo aveva funzionato come nel caso della casa della fanciulla.

Ora le organizzazioni, così come i singoli cittadini, cercano di dare una mano come possono donando vestiti od offrendo loro un posto per farsi la doccia così come un pasto come nel caso della Croce Rossa. "Quando si è insieme si ha la consapevolezza di avere dei diritti comuni" afferma Luigina Perosa.  "Ci sono convenzioni sulla protezione umanitaria che vanno rispettati". 

Qualcosa si è riusciti a fare. Si pensi al caso di Jalal, un ragazzo con problemi di salute che si trova a Pordenone dopo aver vissuto in Germania. Grazie a un video su Tik Tok sono riusciti a mettersi in contatto con la famiglia dall'Afghanistan in modo da poter trovare un modo per riportarlo a casa.

Ma le cose da fare sono tante: "È necessario velocizzare le pratiche per ottenere il permesso di soggiorno - afferma Luigina Perosa - "Allo stesso tempo chiediamo una struttura di accoglienza aperta 24 ore su 24 per chi ha già presentato la richiesta in questura indipendentemente dalla nazionalità di provenienza. Un posto stabile per i bisogni primari visto  che i 50 posti presenti a Villa Regia  sono in questo momento insufficienti".

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