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Enrico Galiano spiega la storia della figlia e del latino: «La scuola spesso premia chi fa i cento metri con novanta di vantaggio»

La bambina aveva detto che si sarebbe sentita a disagio avendo un privilegio che altri non avevano

Un post di Enrico Galiano ha scatenato diverse reazioni sul web. L'insegnante e scrittore pordenonese due giorni fa aveva raccontato che, mentre portava la figlia di sei anni a scuola, era finito a parlare di latino.  «Le dico che se vuole glielo potrò insegnare un po' io, così arriverà più preparata in caso, quando sarà il momento», aveva raccontato.

Lei gli risponde: «No, perché così sarebbe come imbrogliare. Non è giusto arrivare che sai più degli altri, bisogna essere tutti allo stesso punto». «Posso dire che ha capito più lei di scuola che tutti i ministri dell'istruzione che ho conosciuto in questi anni», aveva concluso Galiano.

Oggi, venerdì 13 ottobre, Galiano in un secondo post, ha voluto ribadire il motivo per cui, secondo lui, «nella sua totale ingenuità, è una frase che dovrebbe fare riflettere chi si occupa di scuola».

«Mia figlia è fortunata. Anzi no, la definizione giusta è: privilegiata. È nata in una famiglia in cui la madre ha due lauree e insegna, e il padre una e insegna pure lui oltre a scrivere libri. Nella nostra casa ci saranno migliaia di libri, a tavola sente discorsi in cui parliamo di attualità, politica, Dante, cinema, significati delle canzoni, analisi logica, insomma una palla colossale, respira cultura, la vive da vicino. Impara fin da piccola che è qualcosa che ti può salvare la vita. Ti dà gli strumenti per non farti mai mettere i piedi in testa da nessuno, e per capire chi sei davvero».

Partendo da queste considerazioni si chiede: «Quanti ne ho avuti, in questi anni, di ragazzi che se avessero respirato la stessa aria sarebbero laureati, o comunque in posizioni molto più vicine alla realizzazione di sé? E qui sta il problema: quello che dovrebbe fare la scuola. Permettere a chi non ha le stesse possibilità di mia figlia e di altri, di averle. Non lo fa. Non come dovrebbe. E, da qualche tempo a questa parte, con la beffa finale: quelli che hanno queste possibilità, e che quindi partono avvantaggiati, molto spesso, vengono chiamati "meritevoli"...Ci saranno le eccezioni: ragazzi cresciuti in mezzo ai libri che zero voglia di studiare, e altri di famiglie disagiate che invece in terza già sanno le declinazioni imparate da autodidatti. Come no: ma eccezioni, appunto».

«Quando mia figlia dice che se le insegnassi il latino sarebbe come imbrogliare, non sta vedendo - secondo me - la scuola come una gara: sta dicendo che si sentirebbe a disagio ad avere un privilegio che forse i suoi compagni non hanno. Ecco, è proprio questo che i suoi occhi di seienne hanno colto ma i ministri - specie quello presente - non sanno vedere: la scuola dovrebbe essere a disagio a premiare i cosiddetti meritevoli, come dice di voler fare. Perché sta solo premiando, molto spesso, chi corre i cento metri partendo con novanta di vantaggio. Questo è quello che ci ho letto io», ha concluso.


 

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